5 DOMANDE A … CLAUDIO BONACCORSI (AGENTE SPORTIVO FIP)

Sesta puntata della rubrica: 5 DOMANDE A … Come ogni sabato, pubblichiamo una nostra intervista a professionisti del mondo della pallacanestro, con un focus sulle serie minors.

Questa settimana abbiamo avuto l’onore di intervistare Claudio Bonaccorsi, uno dei giocatori più eclettici e talentuosi che abbiano mai calcato i parquet italiani e che oggi è un affermato agente sportivo.

Gli appassionati di basket siciliano ricorderanno sicuramente la stagione 1998-99 in cui Claudio “Bomba” Bonaccorsi giocò in B con la maglia del Cefalù risultando il miglior marcatore della stagione con 33.6 punti di media. Epiche le sfide con il Capo d’Orlando di Alessandro Fantozzi ed il Trapani di Davide Virgilio.

Claudio, innanzitutto grazie per aver accettato il nostro invito. Prima di iniziare con le domande ti chiediamo di fare un breve excursus della tua carriera.

Ho mosso i primi passi in una società storica di Livorno, l’UISP, all’età di 6 anni con il minibasket. Erano gli anni ’70/’80, gli istruttori erano anche educatori e giocare a basket era un divertimento ma anche un momento di aggregazione. A 14 anni, in seguito ad un grave infortunio subito durante una partita di campionato delle giovanili, il mio sogno di poter diventare un giocatore professionista sembrava sfumato e invece, dopo 2 anni, nell’82, inizio a muovere i primi passi in prima squadra, sempre nella mia città, in Serie A con la Pallacanestro Livorno dove esordisco nel 1983 e dove resto fino al 1991, sempre nella massima serie e sempre con la maglia della mia città.
Dal ’91 inizio una sorta di “pellegrinaggio” in giro per i palazzetti italiani di serie A acquisendo sempre maggiori soddisfazioni ed esperienze. Tante le società storiche di cui ho fatto parte: Roma, Pesaro, Caserta, solo per citarne alcune di A ma tante sono state le mie destinazioni anche in B come Roseto, Brindisi, Pistoia e la stessa Cefalù. Ognuna è stata per me un pezzo di vita e di carriera importanti che sempre porterò nel cuore. Per chi avesse voglia o interesse di ripercorrerle tutte per curiosità so che esiste una pagina Wikipedia a me intitolata.
Adesso, dopo tanti anni vissuti da protagonista dentro il parquet, mi occupo di aiutare qualche ragazzo che si affida a noi per provare a migliorare la propria carriera o a realizzare il sogno di poter ricalcare la mia carriera e, perché no, anche farne una migliore.

In che modo la tua grande esperienza sul parquet ti permette di dare un valore aggiunto ai tuoi assistiti rispetto ad un procuratore che non è stato un giocatore professionista?

Non è sempre un'”equazione matematica”, a volte succede che sia io a trarre qualche insegnamento dall’esperienza di chi, da più tempo di me, riveste questo ruolo, come ad esempio il mio socio Antonio Ruggiero. Ci sono dinamiche a volte che esulano dal discorso pratico di essere stato un professionista anche dentro il campo. Di sicuro c’è che mentalmente mi sento più in “sintonia” coi ragazzi rispetto a chi dovrebbe gestirli conoscendo i valori di un mercato che però a volte non riconosce gli stessi meriti.
Diciamo che è una cosa “caratteriale”, innata, piuttosto che acquisita come esperienza da giocatore per la quale, invece, ho sempre avuto qualche problema. Appunto, come da giocatore, anche da procuratore non le mando certo a dire e sono sempre coerente con la realtà dei fatti a costo di non ottenere un risultato che invece sarebbe scontato se mi adeguassi e questo vale soprattutto per i miei giocatori ai quali non racconterei mai una cosa per un’altra solo per ottenere un guadagno economico. Forse questa è l’unica cosa che mi contraddistingue da un collega che è sempre stato solamente dietro la scrivania (ma non ce ne sono molti, la maggior parte di quelli che fanno questo mestiere comunque un minimo di carriera sono riusciti a farla).

Quali sono le principali qualità che cerchi in un giocatore per decidere se rappresentarlo o meno e che tipo di consigli dai ai giocatori su come gestire la pressione, pianificare la propria carriera, in special modo quando si tratta di giovani atleti?

Indubbiamente l’attitudine al sacrificio inteso a 360°, quindi la disponibilità ad accettare spostamenti logistici anche se “traumatici”, capacità di comprendere i propri limiti e pertanto la consapevolezza di lavorare su quelli partendo anche dal “basso” ma soprattutto la chiarezza d’intenti. Fermo restando che un buon prospetto dotato “naturalmente” di talento e qualità caratteriali alla lunga esce, non esiste un trucco per far diventare un buon giocatore chi non lo è e tantomeno può farlo un’agenzia che ti rappresenta.

Come vedi l’evoluzione del mercato del basket nelle serie “minors”, soprattutto con l’aumento della globalizzazione? Quali cambiamenti hai notato nel settore negli ultimi anni?

I primi cambiamenti più lampanti, per voler fare una battuta, sicuramente stanno nella pronuncia dei cognomi dei giocatori … si fa fatica a distinguere chi sia il “formato” e chi il comunitario di turno … a parte gli scherzi, di sicuro c’è che il livello dei campionati, probabilmente andrò controcorrente, non è peggiorato ma subisce questa differenziazione tra chi investe sui settori giovanili e chi non riesce o non può farlo per cui deve ricorrere a ingaggiare quello che si trova sul mercato. Qualche coraggioso prova a lanciare i propri giovani nelle categorie regionali/nazionali senior ma ahimè ci si scontra poi con la richiesta di un celere risultato per cui le programmazioni talvolta si interrompono per la bramosia di risultato a breve termine. Pochissimi sono oggi i coach che hanno l’ardire di fare esordire nelle prime squadre giocatori “scommessa” senza la paura di rimetterci la panchina.

Quali consigli daresti a chi vuole intraprendere la carriera come procuratore sportivo e quali qualità ritieni siano essenziali per avere successo?

In tutta onestà, al momento, sconsiglierei di iniziare questo percorso se l’intento è solo quello di guadagnare. C’è tanto lavoro dietro, grande sacrificio e grande disponibilità, senza orari e, ahimè, capita, anche poca riconoscenza a volte, e non mi riferisco a quella prettamente “materiale”. Al contrario, se c’è la consapevolezza che la strada è parecchio lunga e non si inseguono chissà quali obiettivi ma aspettando semplicemente che le occasioni si presentino, il consiglio che posso dare è quello di essere onesti nel promuovere ciò che si propone e di tenere conto che non è con la concorrenza sleale che si migliora il movimento.

Ultima domanda “sentimentale”. In Sicilia, a Cefalù soprattutto, sei rimasto nel cuore dei tifosi. Che ricordi hai di quegli anni?

Sicuramente un’esperienza bellissima sotto ogni punto di vista. Di ricordi ce ne sono tantissimi e tutti belli, sia in campo che fuori. Una squadra e una città che fecero parlare di sé nonostante le “dimensioni” della cosa, un paese di qualche migliaia di abitanti con una squadra composta da 5 decimi di ragazzi che lavoravano, un paio di giovani promesse e alcuni semiprofessionisti, un bravo e appassionato allenatore (Tripodi) che giocavano in un pallone geodetico con gli spogliatoi all’esterno ma che hanno fatto tremare squadre di città e storia più blasonate di quella cefaludese.

Chiudiamo l’intervista con una promessa che vogliamo strapparti. Quella di venire a salutare i tifosi cefaludesi nel prossimo futuro.

Ho ancora tanti cari amici con cui sono in contatto e che mi piacerebbe rivedere dopo tanti anni. Spero di riuscire in estate a venire a fare visita sotto la città della “lumachella” per riabbracciarli tutti.

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