5 DOMANDE A … CLAUDIO CAVALIERI (COACH CASTANEA)

Quattordicesima puntata della rubrica: 5 DOMANDE A … Come ogni sabato, pubblichiamo una nostra intervista a professionisti del mondo della pallacanestro, con un focus sulle serie minors.

Questa settimana abbiamo approfittato della pausa per porre le 5 domande a Claudio Cavalieri, coach del Castanea Basket Messina (Serie B Interregionale), con alle spalle oltre 20 anni da giocatore professionista con stagioni anche in A2 e B1.

Con lui abbiamo parlato, tra le altre cose, della stagione della sua squadra e dei suoi progetti, della situazione del basket in Sicilia e di due giovani come Yordany Angarica Sanchez e Simone Roberto.

Claudio, la stagione regolare è terminata col Castanea al settimo posto, in un finale in crescendo fatto di 6 vittorie nelle ultime 7 partite e quella sconfitta in casa con Matera al supplementare che vi ha condannato ai Play-In Out. Come valuti il percorso della squadra fino ad ora e quali sono stati i punti di forza e le difficoltà maggiori? C’è qualche aspetto del gioco che vuoi migliorare prima dell’inizio della seconda fase?

Sicuramente la stagione è più che positiva, ma siamo solo a uno step. Ho abbracciato il progetto Castanea, perché è un prolungamento del mio pensiero: lavorare con i giovani a qualunque costo per cercare di farli crescere e dare loro delle opportunità. Prima o poi abbraccerò anche un progetto senior, fatto di giocatori già affermati e un mix di giovani, ma per adesso era quello che volevo fare: mettermi in gioco, e ci sono riuscito. Il lavoro è solo all’inizio, ma credo che ogni allenatore che si rispetti voglia vedere una crescita dei propri ragazzi, vederli ad agosto in un modo e a febbraio in un altro. Ci dispiace non essere entrati nel play-in, ma non possiamo recriminare. Sicuramente la partita in casa con Matera è stata determinante: i miei ragazzi hanno dato tutto, purtroppo loro sono stati più bravi. Mi mangio le mani per altri punti lasciati per strada, che potevano essere nostri se fossimo stati più attenti, ma va bene così. Stiamo facendo il massimo che possiamo fare e ne siamo orgogliosi.

Hai avuto una carriera da giocatore di grande successo, con oltre 20 anni da professionista con stagioni anche in A2 e B1. Poi, nel 2020 il passaggio al ruolo di coach. Come è stata la transizione da giocatore ad allenatore? Quali aspetti del tuo gioco da atleta hai cercato di trasmettere ai tuoi giocatori? Essere stato un ottimo giocatore ti dà un vantaggio nella gestione della squadra e nel rapportarti con i tuoi giocatori?

Il rapporto con i giocatori è fantastico, mi fanno ancora assaporare quello spogliatoio che ho amato tanto e che mi manca molte volte. Ma credo che la strada per diventare allenatore imponga un cambiamento. Io credo di esserci riuscito solo quest’anno, in cui mi sono potuto dedicare, grazie al Castanea, solo agli allenamenti, alle partite e ai miei ragazzi, e credo di essere riuscito a staccarmi dall’idea di Claudio giocatore. Com’è stato? Difficilissimo!
Comunque, essere stato un giocatore è una lama a doppio taglio: alcune volte ti aiuta, ti fa capire prima quello che i giocatori possano fare e pensare, ma alcune volte leggere i loro pensieri, non sempre cordiali, non è piacevole. Ma a parte gli scherzi, per diventare allenatore bisogna studiare, mettersi in gioco, provare, riprovare ed essere meticolosi nei particolari. Ma mi piace e ci sto mettendo tutto quello che ho dentro.

Anche se romano di nascita, ti possiamo considerare ormai un siciliano a tutti gli effetti. Come valuti lo stato di salute del basket nell’isola e, secondo te, i giovani talenti hanno le giuste opportunità per emergere? Quali sono le difficoltà che incontrano nel trovare spazio nei campionati più alti?

Io sono romano e ci tengo a mantenere la mia Romanità, ma ho deciso di far crescere i miei figli a Messina. La donna che mi è accanto, mia moglie, è speciale ed è messinese. Sì, mi sento messinese, soprattutto quando si parla di dare opportunità ai nostri giovani. La FIP Sicilia sta facendo tanti cambiamenti e cerca di migliorarsi ogni giorno, cercando anche di risolvere i gap territoriali molto evidenti. Purtroppo ai nostri ragazzi mancano tantissime cose, dalle strutture all’aperto a quelle al chiuso (anche qui l’amministrazione sta cercando di cambiare tantissime cose, ma i disagi creati nel passato per essere risolti hanno bisogno di tanto tempo e di un lavoro duro e quotidiano che loro cercano di fare, ma da Roma in giù vedo tantissime difficoltà).
La verità è che ai nostri ragazzi manca la possibilità di confrontarsi, di osservare realtà più professionali e magari di immergersi nell’ambiente di partite di alto livello. Ma qui in Sicilia le distanze sembrano sempre insuperabili. Abbiamo una squadra in A1 fantastica, Trapani, ma è troppo distante per fare in modo che tutti se ne innamorino. Abbiamo Capo d’Orlando che gioca in B1 ed è molto competitiva; bravissimo Domenico, ma anche qui le distanze non aiutano. I ragazzi devono vedere realtà in B2, che ha un buon livello, ma non un livello che ti fa innamorare. Per quanto vedo, i ragazzi hanno bisogno di sogni e di qualcuno che alimenti questi sogni, e poi di trovare il sistema per perseguirli.

A proposito di giovani, quest’anno sono molto cresciuti nella tua squadra, due giovani talenti come Yordany Angarica Sanchez, che ha chiuso la stagione regolare in doppia doppia di media con 15.7 punti e 10.7 rimbalzi (primo nel suo girone) e Simone Roberto, che ha terminato la regular season al 2° posto nella classifica marcatori con 21.4 punti di media. Quali sono le qualità che li rendono promettenti e come stai cercando di aiutarli nel loro percorso di crescita?

Yordy e Simone sono due ragazzi eccezionali, così come tutti gli altri della squadra, perché il Castanea quest’anno ha avuto la fortuna di avere ragazzi d’oro, e questo, purtroppo, in questo momento storico non è mai scontato. Quando abbiamo creato la squadra con la società, ho puntato molto su questi due ragazzi, ma la verità è che loro devono dire grazie ai loro compagni, che li mettono ogni settimana nelle condizioni tecniche, ma soprattutto psicologiche, di essere liberi di esprimersi, e anche questo non è facile. Non possiamo tenere i giovani con il freno a mano tirato, dobbiamo dare loro la possibilità di far vedere quanto valgono, e a me piace fare questo. Qui abbiamo davvero una squadra interessante: Boccasavia, Vona, Valente, Mulevicius, Natalini, Giovani, Cassano e Bellomo. Per ognuno di loro avrei una storia interessante, ma a me non piace parlare dei singoli; però posso dire che per me è stato piacevole lavorare su due giocatori che avevano delle etichette che non mi sono mai piaciute. Credo realmente che i ragazzi talentuosi vadano aiutati, capiti, “cazziati” e, a volte, mandati a casa per capire davvero il loro potenziale. Ma io sono fortunato, quest’anno questi ragazzi mi hanno dato tutto e mi devono ancora dare tanto, e dovranno dire grazie a una società, il Castanea, che ha creduto in loro contro tutto e tutti. Yordy e Simone potranno fare belle cose nel basket, come tanti altri giocatori di questa squadra, compreso il capitano Bellomo, un giocatore importante e sempre utile. Vorrei ringraziare tutti i nostri cuccioli (2009-10-11) che partecipano alla rotazione degli allenamenti, ma soprattutto Antonio Di Nezza, che per motivi di studio ci dà una grandissima mano, non solo in allenamento, ma è fondamentale.

Quali sono gli obiettivi della squadra per il finale di stagione e, dal punto di vista personale, quali sono le tue ambizioni personali per il futuro della tua carriera da allenatore?

Non possiamo fermarci ora. Non siamo andati ai play-in e dobbiamo vincere tutte le partite. Siamo forti e l’abbiamo dimostrato. Siamo cresciuti e l’abbiamo dimostrato, e non possiamo gettare via tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora. Ho l’ossessione per l’allenamento, forse anche troppo esagerata. Aver dato loro tre giorni di riposo fa sì che, appena torneranno, dovranno darmi obbligatoriamente più concentrazione, più voglia, ma soprattutto più determinazione. La strada è giusta, ora non possiamo distrarci dai loro obiettivi individuali, ma dobbiamo pensare prima di tutto alla squadra e ai colori che portiamo in giro per l’Italia. Il rispetto è alla base di tutto. Quest’anno mi sono messo in gioco, allontanandomi dalla mia zona di comfort, che forse così confortevole non lo era, perché ero sempre a risolvere problemi su problemi. Ma dovevo mettermi in gioco, dovevo farmi conoscere da persone diverse. A tratti posso sembrare antipatico, presuntuoso, giocoso, ma anche arrabbiato. Sono proprio così, chiedete alla dirigenza (rido). Non riesco a perdere: quando perdo sto male, ho una voglia pazza di trasmettere ai miei ragazzi che vincere aiuta a vincere, ma bisogna metterci passione e ossessione. E se non riusciamo a vincere, dobbiamo lavorare di più per farlo.
Cosa farò? Adesso non ci sto proprio pensando, ma so una cosa: siamo una squadra in missione e dobbiamo portarla a termine. E poi so un’altra cosa: non mi sentivo un asino lo scorso anno dopo aver perso tante partite, e non mi sento un coach di alto livello ora che ho vinto qualche partitina. Sono sempre lo stesso, voglio imparare, lavorare e trasmettere la mia energia. Ecco cosa intravedo in questi ragazzi, a volte, non sempre: i miei occhi e la mia voglia di… e questo mi dà la visione giusta di quello che stiamo facendo.

Grazie Claudio per questa tua testimonianza. Ti auguriamo un grande finale di stagione!

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *