5 DOMANDE A … Coach Anselmo
Questa settimana abbiamo posto le 5 DOMANDE A … Francesco Paolo Anselmo, uno degli allenatori più iconici della pallacanestro siciliana.
Con il “coach socratico” abbiamo parlato dei giocatori a cui è più legato, del ricordo del compianto Gaetano Gebbia, della sua nuova esperienza come docente universitario e del suo libro.
Coach Anselmo, grazie per aver accettato il nostro invito. Partiamo da una curiosità. Lei si definisce spesso un “coach socratico”. Cosa significa per lei questo termine e come si traduce nella sua metodologia di allenamento?
Me l’hanno chiesto in tanti. Ebbene, io amo il mondo greco. Amo il mondo greco e ho amato moltissimo Socrate. Penso al pensiero socratico, all’ironia, alla maieutica e al dialogo. E perché la maieutica è la cosa più importante? Perché penso alla mamma di Socrate, Fenarete, che era una levatrice, che tirava fuori tutte le virtù dai ragazzi. Ebbene, io sono di Polizzi Generosa e la mamma di mio nonno era una levatrice. Ecco da dove deriva il fatto che sono il coach socratico. E io, come allenatore, cerco di tirar fuori tutte le virtù dai ragazzi.
Ha allenato molti giovani che oggi stanno emergendo o si sono già affermati nel panorama cestistico nazionale. A chi è più legato e che cosa ha cercato di trasmettere loro oltre alla tecnica?
Sono moltissimi i ragazzi a cui sono legato. Posso parlare di Pietro Marzo, che ha giocato con me per quattro anni in Serie B e nelle varie rappresentative. Ora è professore universitario di lettere a Toronto, in Canada. Oppure Davide Mantione, un ingegnere che gira tutto il mondo. Ha giocato in serie D, ma oggi è il numero uno della Solvay, a Bruxelles. E potrei citarne tantissimi altri. Uno che mi sta particolarmente a cuore è Giuseppe Sguali: non gioca più ma è stato il mio primo capitano di Agrigento. Ora è arbitro, ha 19 anni, è in serie C e, secondo me, arriverà fino in Eurolega. Poi ci sono i tre ragazzi a cui sono profondamente legato: Paride Giusti, di cui mi dispiace solo il fatto che avrebbe potuto fare molto ma molto di più. Ha ricevuto molto meno di quanto meritasse. Marco Portannese, che ha giocato in Serie A, nelle nazionali giovanili italiane e con la nazionale svizzera, una combo straordinaria dal gran tiro, dalla grande creatività e grande difesa. E poi, per ultimo, Adriano Bazan. Adriano ha 19 anni, sta disputando le finali nazionali. Mi ha commosso un telecronista che ha detto queste parole: “Ha il dominio totale della partita, è il più forte giocatore di questi campionati”.
Di recente ha partecipato al Clinic di Reggio Calabria in memoria di coach Gaetano Gebbia, una figura fondamentale per il basket italiano. Cosa ha significato per lei essere lì e che eredità lascia secondo lei Gebbia a chi oggi allena i giovani?
Dopo il mio periodo da giocatore e dopo aver iniziato ad allenare, mi allontanai dalla pallacanestro. Iniziai lavorare nel mondo della sofferenza: diventai direttore di comunità in una Casa Famiglia di malati di AIDS, e per malati mentali. Nel 2000 decisi di ritornare. Chi conobbi? Gaetano Gebbia, un incontro fondamentale nella mia vita di allenatore. Devo tanto a lui. Ricordo che quel giorno ero a Palermo, avevo terminato la mia lezione all’università. Era molto difficile raggiungere Reggio Calabria. Sì, abito Messina, ma dovevo arrivare a Messina, l’indomani mattina dovevo partire presto, ma per lui io dovevo farlo. Era un dovere verso di lui che mi ha dato tanto. Tutto quello che ho imparato come allenatore lo devo in gran parte a lui. Tra l’altro, qualche giorno prima di morire, lo chiamai. Sapevo che non rispondeva a nessuno, ma a me rispose. Siamo stati a parlare un bel po’ ed è un ricordo indelebile nella mia memoria.
Lei è anche professore a contratto all’Università degli Studi di Palermo, nella Facoltà di Scienze Motorie. Quanto è importante il dialogo tra accademia e pratica sportiva, e cosa cerca di portare in aula dalla sua esperienza diretta sul parquet? Su cosa ha incentrato le sue lezioni?
Ho iniziato questa bellissima esperienza nel mondo accademico partendo da un bando di concorso. È un mondo pieno di fascino per me. Ho conosciuto professori — tutti più giovani di me — ordinari, associati e ricercatori. E noi, che veniamo dal mondo pratico, con le nostre grandi conoscenze e competenze sul campo, dobbiamo riconoscere il valore del sapere accademico. Non solo riconoscerlo, ma anche imparare da esso. Più che un semplice dialogo (nel greco antico dia significa “attraverso”, come in diametro o diavolo), c’è un vero incontro, un riconoscimento da parte nostra, professionisti sul campo, verso coloro che studiano e ci permettono di crescere.
Ecco cosa riesco a portate: ho molta esperienza, oltre mille ore di aula, nella pallacanestro, nel mondo della sofferenza, nella formazione degli operatori. È un mondo affascinante. Cerco di seguire le indicazioni del mio coordinatore e degli altri professori. Niente di più. Faccio del mio meglio, ma soprattutto voglio lanciare un messaggio ai miei colleghi, non solo della pallacanestro ma di tutti gli sport: il mondo della ricerca è fondamentale per migliorare le nostre competenze.
Ha scritto un libro dal titolo “I carusi di Gessolungo non giocavano a minibasket”. Cosa racconta in questo libro e quale messaggio vuole lasciare al lettore? Ha in programma altre pubblicazioni?
Intanto, ho scritto qualche altro libro grazie alla collaborazione con il dottor Merrino. Stiamo lavorando a testi più tecnici, uno dei quali sulla logoterapia. Il libro “I carusi di Gessolungo non giocavano a minibasket” mi ha richiesto quattro anni di lavoro ed è parte della mia vita: racconta il mio mondo dai 5 ai 18 anni, tra Polizzi — il paese più bello del mondo, che mi ha dato i natali — e Caltanissetta. Il mondo delle miniere, dei “carusi” che vivevano in condizioni disumane, che si intreccia con racconti e con il mondo della pallacanestro che mi ha formato, l’oratorio salesiano dove sono cresciuto, il mio amore per i libri, ma soprattutto il ricordo di un mondo che non c’è più. Un mondo affascinante, oggi dimenticato.
Grazie coach Anselmo per il tempo che ci ha dedicato e per la sua testimonianza.
©️ Foto di Ettore Garozzo
